ESPERIENZA CONTRO CREATIVITÀ
L’importanza degli “zero-thinker”
Il concetto di sostenibilità entra in gioco ogni qualvolta si ha che fare con risorse limitate: è sostenibile un utilizzo che sappia tener conto della limitatezza o dell’eventuale possibilità di rinnovo di tale risorse… Se però è relativamente facile pensare in questi termini quando si tratta di risorse materiali (petrolio, acqua, …) le cose diventano meno semplici quando abbiamo a che fare con risorse intangibili: la stessa idea di limitatezza, in questo caso, non è così immediata.
Le idee, ad esempio, costituiscono forse una risorsa limitata? Ce ne saranno sempre, all’infinito? Forse sì, almeno fintanto che ci sarà qualcuno in grado di pensarle. Ma il punto, io credo, è proprio questo: nel caso della risorsa "idee" la limitatezza non va cercata nella risorsa stessa, quanto piuttosto nel processo per ottenerla, cioè nel "pensare le idee". In altre parole: concepire nuove idee potrebbe essere un processo da trattare con tutti i principi della sostenibilità. In molti campi delle attività umane è ben noto il pericolo di crisi della creatività, soprattutto in campi professionali in cui le idee innovative sono motivo di business se non addirittura di sopravvivenza per un’azienda. Il nostro tempo riconosce in questi casi grande importanza alla capacità di essere creativi, di innovare - sia a livello individuale che collettivo - ma forse dedica meno attenzione alla sostenibilità di questi processi.
"Zero-thinker" è un termine utilizzato da Cynthia Barton Rabe, autrice del libro "Innovation Killer: How What We Know Limits What We Can Imagine — and What Smart Companies Are Doing About It", per indicare quelle persone che sono assolutamente - o quasi - a zero di competenze in un determinato settore, e che proprio per questo - se opportunamente inserite in un team in cui esistano invece delle persone competenti in materia - possono essere in grado di portare soluzioni innovative ai problemi.
Il concetto di "zero-thinker" e la sua applicazione nascono dall’osservazione che quanto più aumenta l’esperienza che si ha in un dato settore di attività, tanto più risulta difficile trovare soluzioni innovative - pensare "nuove idee" - ai problemi che si presentano in tale campo: questo sembra succedere perchè si sa già - o si crede di sapere - come funzionano le cose, e non si è in grado - per usare i termini dell’autrice - di "uscire dalla scatola" ("to think outside the box") cioè di pensare fuori dei soliti shemi di riferimento.
L’inserimento di uno zero-thinker nella propria attività può essere quindi un principio di sostenibilità, un antidoto al prosciugarsi delle idee mano a mano che del fiume su cui stiamo navigando conosciamo sempre meglio ogni ansa, ogni affluente, ogni rigagnolo.
3 Commenti »
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Gennaio 10th, 2008 @ 22:27
Caspita, che bellissimo ed intrigante tema! Però io non sono tanto d’accordo con l’autrice o meglio, forse per la mia formazione ed esperienza, ritengo che tale apparente dicotomia “Esperienza (contro) creatività ” non sia proprio tale. Cioè non associo i due concetti in termini antitetici. Lo sono per chi - scioccamente - ritiene che “sapendo” di più (ma quanto?) sa “tutto” ciò che serve e quindi, trovandosi di fronte alla sua reale “ignoranza” con un (nuovo-inaspettato) problema, non ha più stimoli sufficienti a trovare una possibile soluzione. A fare un esempio: come si fa, al giorno d’oggi con un’innovazione tecnologica (che progredisce ad una velocità esponenziale) alla quale neanche gli esperti in un singolo settore riescono a rimanere al corrente, a “sopravvivere”? Cercando non soltanto nella conoscenza “tecnica” il rimedio, bensì soprattutto nel cercare di comprendere “la filosofia” che sta dietro al risultato-scopo-conseguenza della tecnologia stessa. Non mi credete? Allora sarete destinati a farvi sommergere dalla tecnologia e allora sì che l’autrice ha ragione, perché così ne risulterà uccisa la vostra capacità di “uscire dalla scatola”. La tecnologia è soltanto “un mezzo” per ottenere dei risultati attesi dall’uomo. Uomo che comunque rimane al centro di tutto: con la sua fantasia, la sua “follia”, la sua voglia di innovare perché è l’essere “creativo” per eccellenza, anzi è l’unico ad esserne titolare. E non è proprio dalla creatività che escono le innovazioni? Che ne è del “brain storming”, che non è prerogativa degli “inesperti”, anzi? Che ne pensate?
Un cordiale saluto
Toberro
Gennaio 11th, 2008 @ 14:54
Forse, l’atto creativo s’interrompe allorché l’atto automatico s’impossessa della quotidianità . Gettarsi con la spontaneità dell’ultimo arrivato, inseguire ostinatamente il pensiero che sta fuori dalla scatola, provando sempre il brivido, la leggerezza e la temerarietà della prima volta. Guardarsi da fuori e prendersi, ancche, gioco di sé.
Forse, la troppa noia ci imbalsama. Ed abbiamo allora bisogno di un occhio nuovo che ci facciamo prestare. Forse, ci siamo scordati di essere stati poeti.
Forse…
andrea
Gennaio 13th, 2008 @ 22:27
Eh sì, forse ci scordiamo di essere anche poeti… Il brain storming si è guadagnato da tempo il suo posto tra gli strumenti irrinunciabili del management; come tutti gli strumenti consolidati rischia però anch’esso di “consumarsi”: far partecipare ai nostri brain storming anche uno zero-thinker e un poeta potrebbe farci ottenere risultati sorprendenti!..