LIBERA CREATIVITA’ IN LIBERA INTERNET Perchè Internet è un commons ed è importante che continui ad esserlo: l’allarme lanciato da Lessig nel suo “Il futuro delle idee”
“Il futuro delle idee”, di Lawrence Lessig, è un libro pubblicato negli USA nel 2001, ed è un peccato che solo ora – giugno 2006 – sia stato pubblicato da Feltrinelli; anche se forse per l’Italia il momento giusto per pubblicare questo libro era proprio ora.
Lessig si concentra sul tema della proprietà intellettuale in Internet e più in generale nei nuovi mezzi di comunicazione, intendendo per “nuovi” quelli della contemporaneità – quali ad esempio il telefono o la TV via cavo – la cui disamina storica dello sviluppo che di essi ci propone risulta molto utile per capire perchè Internet ha avuto il successo che ha avuto e sia stata capace in poco più di dieci anni di favorire l’espressione di così tanta innovazione e creatività. Sì, perchè è proprio questo il motivo principale che spinge Lessig a scrivere: metterci in guardia sul fatto che Internet così come è stata finora sta cambiando, e che questo cambiamento in atto è una seria minaccia al mantenimento di quelle condizioni che fin dai suoi esordi caratterizzarono Internet e che hanno costituito la base per lo sviluppo di nuove applicazioni. In altre parole, non solo Internet ha rappresentato una delle più grandi novità del secolo per la nostra società, ma ha costituito essa stessa uno spazio entro il quale l’innovazione è stata particolarmente favorita, e con essa le sue applicazioni in tutti gli ambiti economici e sociali.
Lessig scrive con tutta la competenza di uno che di queste cose si occupa da tempo: è professore di giurisprudenza, presidente di Creative Commnons (su cui tornerò) e membro dei direttivi della Public Library of Science, della Electronic Frontier Foundation, della Free Software Foundation e di Public Knowledge. Il testo è impegnativo, ma non scritto per addetti al mestiere, e vale la pena sopportare qualche passaggio magari ostico: si verrà ricompensati con alcuni concetti che credo possano diventare delle vere e proprie idee guida. Cerco di illustrarne qui alcuni.
La caratteristica principale di Internet che le ha permesso di essere un vero e proprio laboratorio di innovazione – secondo Lessig – è che Internet fin dalla sua creazione è stata, almeno in parte, un commons. Un commons è una risorsa “in uso o possesso comune; da essere posseduta o goduta ugualmente da un certo numero di persone” (dalla definizione che ne dà l’Oxford English Dictionary). Cito dal testo di Lessig: “Nella maggior parte dei casi, i commons sono una risorsa cui chiunque, all’interno della comunità in questione, ha diritto senza dover ottenere il permesso di nessun altro. In alcuni casi il permesso è necessario, ma viene concesso in modo neutrale”.
Alcuni esempi: le strade pubbliche; parchi e spiagge pubblici; ma anche prodotti intellettuali, come la teoria della relatività di Einstein o un’edizione di Shakespeare del 1890 (che vista l’”età” può essere presa e copiata da chiunque).
“Ciascuna di queste risorse è in comune; ciascuna è “libera” di essere presa da altri. Alcune lo sono nel senso che non viene pagato alcun prezzo […]. Altre sono libere, anche se c’è un prezzo da pagare (un parco è gratuito nel senso inteso, anche se bisogna pagare una tassa per accedervi, purchè tale tassa venga applicata in modo neutro e costante”.
Quindi un commons non è necssariamente sempre gratuito; quello che conta è che nessuno può esercitare il diritto di proprietà rispetto a questa risorsa, ovvero “il diritto di scegliere che la risorsa venga messa o no a disposizione di altri”.
C’è da fare poi un’ulteriore precisazione: anche tra i commons esistono risorse che possono essere definite competitive, e risorse non competitive: le prime sono caratterizzate dal fatto che il loro utilizzo è in concorrenza con quello che ne possono fare altre persone. Ad esempio, se tutti i milanesi decidono di utilizzare contemporaneamente la tangenziale di Milano questo causa ben presto l’intasamento e di fatto l’impossibilità di utilizzare questa risorsa, perlomeno in maniera efficace (e questo succede praticamente quasi tutti i week end!). Ma se decido di studiare la teoria della relatività di Einstein, il mio utilizzo di questa risorsa non è in competizione con quello che possono farne altri: in altre parole, dopo il mio utilizzo, di questa risorsa ce ne sarà altrettanta che prima! Le risorse competitive, per via del fatto che si “consumano”, pongono dei problemi nel loro utilizzo da parte di una comunità: anche se sono dei commons, e quindi devono poter essere accessibili a tutti in modo neutrale, il loro utilizzo deve essere come minimo regolato.
Detto in maniera sommaria cosa sia un commons, non cominciamo a pensare ad economie socialiste o in cui non sia prevista la proprietà privata: i commons possono esistere benissimo in un’economia di mercato, fungendone anzi spesso da motore propulsivo. Internet è nata negli USA - dove l’economia di mercato rappresenta un principio guida - ed è nata grazie ad un commons, cioè al fatto che ad un certo punto, per trasferire dati, fu concesso dal Governo che si potessero utizzare i cavi telefonici della AT&T (una compagnia privata che deteneva il monopolio della rete nazionale telefonica americana) senza il permesso della stessa. Questo non era scontato, e fu il primo passo; ma c’è di più: Internet come la conosciamo oggi è il World Wide Web, l’interfaccia di ipertesti e pagine HTML che ci sono già così familiari e che ci permettono di accedere ad un’infinità di contenuti organizzati in forma di siti web navigabili con un browser; ebbene, il World Wide Web – che è in sostanza un protocollo di trasferimento dati che utilizza Internet – fu concepito fin dall’inizio dal suo inventore Tim Berners-Lee come un sistema aperto, ovvero un commons: il codice software era accessibile a chiunque avesse voluto modificarlo o perfezionarlo, od utilizzarlo per costruire nuove pagine di contenuti (siti web), e soprattutto ogni nuova pagina o applicazione costruita con questo sistema poteva (e può) essere messa in rete senza bisogno di chiedere il permesso al signor Berners-Lee o di essere in possesso di una licenza di qualche genere.
In altre parole, i mattoni base con cui Internet è stata costruita erano e sono dei commons: chiunque avesse delle idee valide e fosse in grado di utilizzarle per mettere in rete nuove applicazioni ha potuto farlo senza dover accendere un mutuo in banca e senza dover chiedere il permesso a qualcuno. Degli esempi? Innanzitutto sono stati creati diversi programmi (browser) appositamente pensati per navigare nel WWW (da Netscape Navigator a Internet Explorer a Firefox); poi qualcuno è stato così bravo da inventare degli efficacissimi algoritmi per la ricerca delle pagine web (Google), qualcun’altro si è inventato il commercio elettronico (Amazon), o le aste on line (eBay), o più recentemente la condivisione di musica (Napster) e le telefonate via Internet (Skype). Tutto questo non sarebbe stato possibile – o almeno non in questa misura o a questa rapidità – se Internet a certi livelli non fosse stata un commons. (Si noti come quasi tutti questi esempi abbiamo dato origine ad alcune tra le aziende più importanti per fatturato nel mondo, e rappresentino al contempo ognuno un cambiamento dirompente nel proprio campo di applicazione).
Ma le cose stanno cambiando, Internet sta cambiando: cambia perchè la sua “natura” non è qualcosa di spontaneo, ma viene determinata dalle strutture fisiche (reti telefoniche, spettri radio, fibre ottiche, …), dal codice (i browser ad esempio, che possono essere “open” oppure di proprietà, come quello della Microsoft…) e dai suoi contenuti. Oggi, una volta pagato il canone di abbonamento ad un provider, è possibile accedere virtualmente a tutte le pagine web esistenti nel mondo. Domani non è detto: il nostro provider – Tiscali piuttosto che Telecom o altri – potrebbe decidere di applicare tecnologie filtranti (già esistono) che ci consentano di accedere solo a contenuti di un certo tipo, quelli “sponsorizzati” dal provider, ad esempio. Perchè? Perchè non è detto che i contenuti o il network debbano essere un commons. È come se l’ENEL, o il titolare della rete elettrica, ci consentisse di utilizzare solo elettrodomestici di una certa marca… Non è poi così strano, accade già con la TV satellitare: certi canali sono accessibili solo a pagamento, o se si è in possesso di un particolare “elettrodomestico”, che è il decoder; di fatto possiamo vedere solo quello che il satellite (il provider) decide di proporci. Se volessi aprire un mio canale satellitare, sarebbe quantomeno molto difficile: problemi di licenza, di accesso allo spazio di trasmissione, di costi tecnologici e industriali me lo impediscono di fatto. Invece un sito web – questo blog – posso aprirlo in cinque minuti. Ma non è detto che continuerà ad essere così.
Ci sono molti motivi per cui questo non potrebbe più essere vero tra qualche tempo. Sostanzialmente si tratta di dinamiche economiche e di controllo del business dell’informazione: i vecchi poteri economici reagiscono e cercano di controllare le nuove possibilità. Il rischio è che si chiuda uno spazio, un commons, di creatività finora unico nella storia della civiltà umana: questo sta già succedendo, a cominciare dall’Internet USA dove le fusioni tra grandi corporation dell’informazione e dell’entartainment (infotainment è il neologismo americano) stanno portando sotto lo stesso controllo le reti fisiche (cavi, fibre ottiche ecc.) e la produzione di contenuti (esattamente come per la TV satellitare o via cavo); allo stesso tempo le leggi del copyright – ufficialmente a sola tutela della proprietà intellettuale – stanno assumento forme e interpretazioni sempre più severe. Un nuovo Napster oggi sarebbe impossibile. E molte altre idee e applicazioni che oggi ancora non conosciamo sono già probabilmente fuori del limite consentito dalle regole imposte ad uno spazio che è sempre meno commons e sempre più spazio privato progettato per vendere. Questo è l’allarme che lancia Lessig: vale la pena, a chi sta a cuore che continuino ad esistere e a svilupparsi spazi di libera creatività, cominciare a capire come funzionano queste cose. Leggere Lessig può essere utile.
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